Netflix: Perché le serie tv durano sempre meno?

SerialmenteOttobre 19, 2020

Spesso vengono cancellate dopo poche stagioni anche quando sono molto amate dal pubblico, ma Netflix ha le sue ragioni…

Netflix: Perché le serie tv durano sempre meno?

A inizio ottobre Netflix ha deciso che Glow, la sua serie TV sul wrestling femminile ambientata negli anni Ottanta, non avrà la quarta stagione con cui nell’agosto 2019 la stessa Netflix aveva promesso che la serie si sarebbe conclusa. C’entra di certo la pandemia, che già a marzo aveva bloccato le riprese a Los Angeles, ma la decisione ha anche altre ragioni: tecniche, finanziarie e, possiamo dire, identitarie.

Glow è solo il più recente caso di quello che sembra essere un più profondo e importante cambio di rotta di Netflix, che già da qualche anno sta chiudendo molte delle sue serie dopo un paio di stagioni, e che in futuro potrebbe farlo sempre di più.

La pandemia

Le restrizioni, le limitazioni, i rallentamenti e gli aumenti di costi dovuti alla pandemia da coronavirus non sono l’unica e forse nemmeno la principale ragione della cancellazione di Glow, che peraltro era piaciuta discretamente sia al pubblico che alla critica. Certo, Glow presentava una certo numero di oggettivi ostacoli produttivi: ha un cast fisso molto grande e – visto che parla di wrestling – frequenti e intensi contatti ravvicinati tra molte attrici. Inoltre l’eventuale quarta stagione di Glow, la cui terza è uscita più di un anno fa, con ogni probabilità non sarebbe arrivata prima del 2022, quando magari saranno cambiati i gusti e interessi degli spettatori, e quando di certo molti avrebbero ricordato comunque pochissimo di quel che succedeva nelle prime tre stagioni.

Ma non solo…

È vero però che ci sono altre serie che fanno passare più di un anno tra le stagioni, e che ci sono serie per cui Netflix e altre aziende hanno deciso che valga la pena di investire nonostante i tempi dilatati e i costi gonfiati dalla pandemia. Come ha scritto Vulture: «Non c’è dubbio che certe circostanze abbiano determinato la chiusura prematura di Glow, ma diciamocelo chiaramente: Netflix non credeva più che, dal punto di vista finanziario, una nuova stagione avrebbe avuto senso».

I dati sulle serie rinnovate e cancellate dicono che ormai da qualche anno – e quindi già da prima della pandemia – Netflix cancella sempre più serie e che la durata media (in stagioni) delle nuove serie si accorcia. Tra gli addetti ai lavori molti dicono che ormai solo due tipi di serie superano la terza stagione: le serie davvero di successo globale (come Stranger Things) e le serie capaci di appassionare e soddisfare una nicchia relativamente precisa e decisiva di spettatori, che può essere geografica oppure di spettatori con gusti e interessi specifici.

Sembra però che – molto più che in passato – per durare più di tre stagioni una serie debba dimostrarsi davvero proficua dal punto di vista finanziario, utile a guadagnare o conservare un certo numero di abbonati. Come ha scritto Vulture, Netflix «tende a credere che per reclutare e trattenere abbonati serva un immenso e sempre mutevole assortimento di nuovi programmi».

Netflix fin qui

Per Netflix le cose non sono sempre andate così. All’inizio, quando l’azienda doveva arricchire il suo catalogo di contenuti originali, era piuttosto spregiudicata. «Nei primi anni dei suoi Netflix Originals, più o meno tra il 2011 e il 2016, l’azienda era nota per il suo grande e sfacciato impegno nei suoi progetti», ha scritto Vulture: «House of Cards è nota, per esempio, perché ne furono ordinate due stagioni ancor prima che ne venisse girata la prima scena», quando ancora era pratica comune girare un episodio pilota, di prova, per poi decidere se finanziare il resto della prima stagione.

Nel 2016 anche Orange Is the New Black – realizzata da Jenji Kohan, produttrice esecutiva di Glow – fu rinnovata per tre stagioni in un colpo solo, quando già era arrivata alla quarta. Netflix spendeva e rischiava molto, investendo in prodotti i cui eventuali frutti sarebbero arrivati anni dopo. «All’inizio Netflix operava come se i soldi crescessero sugli alberi», ha scritto Bloomberg. «Se eri un regista, uno sceneggiatore o un attore almeno un po’ noto, potevi avere budget apparente illimitati e la libertà creativa di far crescere la tua idea».

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Netflix di recente

«Invece», ha proseguito Bloomberg, «ora che Netflix non è più una realtà emergente ma il potere costituito, sta esercitando più controllo su come spende, comportandosi come una più tradizionale azienda del settore televisivo». Con delle differenze: un tempo un’azienda come HBO avrebbe investito in una serie come Glow «a prescindere», giusto per mantenere la sua reputazione di «enclave amica degli artisti», visto che «la buona stampa avrebbe comunque giustificato i costi».

Netflix, invece, è una società tecnologica, che sembra dare grandissima attenzione a quel che dicono i suoi dati su quello che guardano gli spettatori, curandosi meno delle sensazioni e delle percezioni relative alle sue scelte. Netflix si trova un po’ a metà tra Hollywood e la Silicon Valley, e a metà tra i nuovi servizi di streaming che le fanno concorrenza e i canali più tradizionali con cui si era messa in concorrenza. Da un lato sta diventando più cauta (come molte aziende “tradizionali”), dall’altro sta prendendo decisioni diverse da quelle che probabilmente avrebbero preso – o prenderebbero – quelle stesse aziende tradizionali.

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Perché Netflix fa quel che fa

Una prima ragione sta nei numeri. Rispetto alla concorrenza, Netflix produce più serie: è naturale, quindi, che ne cancelli anche di più. Sono dati da prendere un po’ con le pinze – includono prodotti ibridi e scelte non necessariamente definitive – ma nel 2020 Netflix ha cancellato 18 serie, 14 delle quali dopo una sola stagione. Ma è anche vero che – a livello globale e prendendo un po’ alla larga il concetto di “serie” – le nuove produzioni di Netflix sono diverse decine ogni anno, secondo certi calcoli addirittura più di 100. A parità di costi, non rinnovare certe serie permette di produrne di nuove.

Per diventare sempre più padrona del suo catalogo, senza dover dipendere da contenuti altrui – che costano e che si possono trasmettere solo per un certo periodo di tempo – Netflix deve produrre quante più serie possibili. Già nel 2018 Ted Sarandos, attuale co-CEO e capo dei contenuti di Netflix, disse: «Più abbiamo successo e più mi preoccupo perché so che i network televisivi non vorranno darci in licenza i loro prodotti. I contenuti originali sono indispensabili: servono per far sì che gli utenti sentano di non poter vivere senza Netflix».

Netflix, in altre parole, può permettersi di cancellare serie perché sa che ogni anno ne arrivano tante nuove, e preferisce investire in qualche possibile nuovo grande successo piuttosto che continuare a spendere in un contenuto dai risultati magari buoni ma non ottimi. Nei suoi primi anni, invece, Netflix aveva bisogno di crearsi un solido catalogo di serie che avrebbero potuto diventare dei “classici”, qualcosa in grado di portare risultati (cioè spettatori e abbonati) anche nel lungo termine. Ora che quel catalogo è in parte creato, può permettersi di provare tante cose, e confermare solo le migliori.

Il fatto che le serie TV di Netflix siano sempre più corte, poi, ha ragioni ancora più grandi. Un tempo una serie lunga diverse stagioni permetteva a chi ne detenesse i diritti di poterli vendere nel resto del mondo (o, col passare degli anni, ad altri servizi nazionali), ricavando soldi per ogni episodio trasmesso da altri. In breve, 100 episodi portavano più soldi di 20. Netflix, invece, è un servizio globale: in molti casi, quello che produce lo trasmette e conserva nel suo catalogo ovunque nel mondo, lasciando solo in certi casi e a precise condizioni che lo possano trasmettere anche altri. Netflix non produce serie per venderle: le produce per guadagnarsi nuovi abbonati. E una volta che sono arrivati punta a conservarli offrendo loro cose sempre nuove, e non solo l’ennesima stagione di quella serie con cui magari li aveva convinti ad abbonarsi.

Un’altra ragione è che, in genere, più una serie TV procede con le stagioni più diventa costosa (guardate come si è evoluta Stranger Things). Senza contare che, come ha spiegato Deadline, di solito più le serie procedono e più gli autori guadagnano (cosa che, presumibilmente, restringe la fetta di guadagni di Netflix). E che Netflix si assicura sempre che, almeno per un certo periodo di tempo, la concorrenza non possa prendere e proseguire una serie che ha deciso di cancellare.

Cosa potrebbe succedere

Per ogni serie che Netflix cancella o non rinnova, c’è un certo numero di spettatori delusi. Qualcuno di tanto in tanto protesta più intensamente, come successe dopo la cancellazione della serie The OA. E anche registi, sceneggiatori e attori coinvolti nella serie cancellata evidentemente ci restano un po’ male. Netflix deve evitare che le sue scelte basate su costi, guadagni, dati e algoritmi scontentino troppe persone tra chi le serie le fa e le guarda.

Parlando di chi le serie TV le fa, Lucas Shaw ha scritto su Bloomberg: «Sebbene strategicamente abbia senso, le cancellazioni possono rovinare la reputazione dell’azienda. Ogni settimana sento qualcuno che si lamenta di come Hollywood non ne possa più di Netflix, che è una fabbrica più che una società di produzione… Netflix non è più la prima scelta di nessuno». Sono ovviamente opinioni e sensazioni, probabilmente inevitabili quando ci si trova a operare ai livelli di grandezza di Netflix. Ma è comunque il sintomo di un possibile problema, dopo che per anni Netflix era stata raccontata come un’isola felice che dava soldi e libertà a chi, magari, aveva ricevuto una serie di rifiuti altrove.

Un altro problema – che riguarda sia chi le serie le fa che chi le guarda – potrebbe essere la difficoltà nell’investire (idee, soldi, tempo, passione) in una serie, temendo o sapendo che magari terminerà bruscamente dopo una o due stagioni, senza un vero finale. «Le singole cancellazioni non fanno grandi danni», ha scritto Vulture, «ma l’effetto cumulativo di tante cancellazioni è la perdita di fiducia in Netflix di molti spettatori».

Un ultimo problema sta nel fatto che, seppur i tempi siano cambiati, ci sono diversi esempi passati di serie che per ingranare hanno avuto bisogno di più di una stagione. Game of Thrones, per esempio, ci mise un po’ a diventare quello che è diventata. Ma chi siamo noi per sapere meglio di Netflix cosa ha la possibilità di ingranare e cosa no? Tutte queste considerazioni sono fatte da persone che non hanno i dati di Netflix su chi, come e quando guarda cosa; cosa vede subito dopo essersi abbonato, cosa inizia e non finisce, cosa guarda stando sveglio tutta la notte, cosa sceglie di guardare dopo aver visto l’ultimo episodio della terza stagione di Glow.

Fonte: Il Post

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